Azioni Figlie del Padre nostro



«Il Padre mio agisce fino ad ora e anch’io agisco» (Giovanni 5:17).

Gesù risponde così ai Giudei che lo criticano per aver guarito un paralitico in giorno di sabato.

Un altro modo per dire: «Ma in che Dio credete? Non credete al Padre che vuole sempre la Vita per i suoi figli? Non credete ad un Dio che si cura dei deboli e che ha a cuore la sorte degli ultimi?».

Quel Dio è Padre suo, ma è anche il Padre delle sue azioni. Senza di Lui Gesù non può e non vuole fare nulla: «Ciò che vede fare dal Padre… anche il Figlio lo fa allo stesso modo».

Generare, i legami di sangue, i passaggi da una generazione all’altra sono la chiave di volta dell’umanità, ma proprio per questo sono anche il luogo delle sue più grandi rovine.

Il libro della Genesi ce ne racconta in abbondanza:

  • Caino che uccide Abele,

  • Abramo che fugge dal padre-padrone Terach,

  • Giacobbe che inganna Isacco ed Esaù,

  • Labano che inganna Giacobbe,

  • Giuseppe venduto dai fratelli.

Rotture e riconciliazioni. Donnei sterili e altre fin troppo feconde (ricordate il detto... è sempre incinta?).

Ci sono figli attesi e figli rinnegati.

Questo perché generare ed essere generati, tanto quanto l’essere fratelli nell’unica origine, nel racconto biblico riflette l’umanità, sono esperienze segnate da ferite profonda e che chiedono un costante processo di riconciliazione.

Forse, addirittura, quelle antiche narrazioni ci dicono che generare, essere generati, trovarsi fratelli lo si può vivere solo in un atteggiamento di permanente riconciliazione se si vuole che davvero siano esperienze di vita.


Ne facciamo abbondante esperienza tutti. Perché l’essere uomini e donne sta tutto dentro l’essere messi al mondo e mettere al mondo.

Non c’e da stupirsi, dunque, che Gesù racconti di sé e del suo Dio proprio in questi termini. E nemmeno c’e da stupirsi che ne parli in termini di continua ricerca di piena comunione, di impegno costante a restare l’uno nell’altro, di perfetta e riuscita riconciliazione.

Gesù non ha figli, eppure questo non significa che non sia anche Lui un padre!

Non si mettono al mondo solo esseri umani infatti. Si mettono al mondo scelte, desideri, progetti.

Li generiamo nella nostra mente e poi li lasciamo crescere nel grembo della nostra volontà fino a che divengono eventi compiuti.

Si dà vita in questo modo all’arte, al divertimento, alla cultura. Si generano lavoro, amicizie, società. Si realizzano reti, sistemi, si creano mondi interi!

Si costruiscono filosofie, scienze, persino religioni. Leggevo proprio stamani la genesi di moltissime religioni dal secondo dopoguerra... quasi tutte incentrate sul culto della personalità -uomini con la sindrome del monte Sinai, ne riparleremo!

Gesù invece si inserisce in questo grande processo del mettere al mondo e dichiara di non essere l’unico padre delle proprie azioni e del proprio farsi uomo dentro quell’agire.

Anzi, dice di più: dice che la paternità delle sue azioni sta tutta nel suo essere figlio.

Paradossale ma vero. Lui può mettere al mondo le sue opere solo perché è Figlio del Padre e vuole farlo solo in quanto tale.


Riflettiamo sulle azioni che generiamo:

Ci sono scelte figlie della paura, altre dell’orgoglio, altre della presunzione, altre dell’egoismo. Ve ne sono figlie del desiderio di compiacere, di far bella figura, di essere accolti. Ancora altre figlie delle abitudini, del senso comune, della superficialità.

Azioni nelle quali poi, capita di faticare a riconoscersi e di cui volentieri si vorrebbe negare la paternità o la maternità.

Nel disagio che accompagna quei momenti di consapevolezza e nella lacerazione che si prova nell’aver fatto qualcosa che non si voleva, sperimentiamo ancora come il mettere al mondo sia segnato da una disarmonia che chiede costantemente di essere ricomposta e riconciliata.

Essere discepoli di Gesù significa scegliere di generare opere che siano un luogo, uno spazio di costante riconciliazione.

Se il nostro operare assomiglierà al suo operare dovrà allora avere un Padre: il Padre della vita e il Padre di tutti e affinché questo avvenga tutte le azioni devono essere quelle di un fratello che ama il prossimo come un fratello appunto.

Chiedersi di chi sono figlie le nostre azioni è porsi la domanda su quale sia il Dio in cui crediamo.

Il nostro essere figli di Dio è grazia, ma è azione tentare di concretizzare una reale fraternità con coloro che abbiamo accanto: anche se la pensa diversamente da noi, anche se ha un colore di pelle diverso dal nostro, anche se vota diversamente da noi, anche se tifa una squadra diversa dalla nostra, anche se mangia cose che non capiamo, anche se ha un orientamento sessuale diverso dal nostro, anche se a sua volta non ci ama.

I tempi che viviamo pongono domande serie e decisive circa la paternità/maternità delle nostre azioni.

Figlie della paura? Figlie dell’imprudenza? Figlie del profitto che garantisca un determinato livello di vita? Figlie di tradizioni e abitudini? Figlie di complotti e di cattiva informazione? Figlie di ristrette visioni del mondo? Figlie di privilegi appannaggio di pochi?

O figlie del Padre nostro?

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