Dio non dio: la decostruzione nel libro Giobbe


Potremmo parlare a questo punto delle immagini distorte del volto di Dio.

Al termine del libro di Giobbe, rivolgendosi a uno dei tre sapienti orientali, Dio dice di essere adirato con lui e gli amici perché non avevano parlato sinceramente come Giobbe (Gb 42,7). Questa affermazione è davvero sorprendente.

A pensarci bene questi amici di Giobbe erano disposti a rompere l’amicizia con Giobbe, e schierarsi decisamente dalla parte di Dio e si erano fatti un punto di onore nel difendere le verità che caratterizzavano l'Essere e l'agire di Dio.

Giobbe, invece, dopo le più o meno convinte parole rassicuranti iniziali, aveva rasentato la bestemmia con tutta una serie di accuse lanciate direttamente a Dio. Perché lo riteneva responsabile di tutte le sue disgrazie e perché ai suoi occhi egli agiva arbitrariamente o in maniera indifferente nel governo del creato e della storia del genere umano. Ci si sarebbe perciò aspettati un elogio da parte di Dio per i tre sapienti e un fulmine dal cielo nei confronti di Giobbe. Invece, avviene il contrario. Come capire questa che appare una contraddizione, almeno per chi è ancorato al «religiosamente corretto»? In realtà, il libro di Giobbe intenzionalmente vuole porre in questione il «religiosamente corretto». Insieme all'Ecclesiaste, nella tradizione sapienziale biblica, Giobbe rappresenta lo scritto che mette in crisi l’ottimismo religioso che caratterizza, ad esempio, il libro dei Proverbi. Se si vuole capire il significato e lo scopo del libro, è allora necessario seguire il percorso «decostruttivo» dell’autore: essere disposti ad abbandonare le immagini rassicuranti di Dio, anche se basate sull’insegnamento autorevole della interpretazione tradizionale.

Se si accetta l’avventura di questo rischio, ci si potrà ritrovare nella «costruzione» di un volto di Dio, che non sarà più quello che consciamente o inconsciamente si è fabbricato l’uomo, ma quello che Dio stesso rivela di sé.


Se partiamo dalla struttura del libro e dalla premessa narrativa, cioè l'incontro di Dio e il satana che verificano la reazione di Giobbe, l’affermazione di Dio rappresenta il verdetto finale che richiama la posta in gioco che dall’inizio soggiaceva a tutta la vicenda di Giobbe. Infatti, il satana aveva sfidato Dio dicendo che se avesse tolto a Giobbe la discendenza, i beni, la salute, Giobbe l’avrebbe maledetto apertamente.

Per tutto il libro allora l’attenzione del lettore va alle parole di Giobbe, per verificare se pronunciava o no parole di maledizione nei confronti di Dio. Se l’avesse fatto, il satana sarebbe risultato vincitore. Le parole finali di Dio assicurano che Giobbe ha superato la prova e lui è vincitore di fronte al satana: nonostante lo spogliamento radicale, Giobbe non ha ceduto alla tentazione di maledire Dio. Anzi, ha compiuto il percorso che gli ha permesso di incontrare Dio e di vedere il suo vero volto. Ma come intendere le parole di Dio rivolta all'amico di Giobbe? Penso che Dio intenda dire che tutti, i sapienti e Giobbe, hanno parlato molto di Dio, ma ciò che hanno detto non ha né offeso né compiaciuto Dio, per il semplice fatto che hanno parlato di un Dio che non esiste, un Dio non dio.

In realtà non hanno parlato di lui, del Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, del Dio dell’esodo, dell’alleanza, ecc. Hanno parlato di un Dio che ciascuno si è fatto a propria immagine e somiglianza. Sia gli amici che Giobbe si erano create delle caricature di Dio a proprio uso e consumo. Gli amici si sono costruiti un Dio schiavo, soggetto ai condizionamenti umani.

Voglio dire che non è Dio a regolare le relazioni, ma gli esseri umani: se uno è buono, deve essere premiato da Dio; se uno è cattivo, deve essere castigato. Non viene lasciata nessuna libertà di azione a Dio, è uno schiavo.

Da parte sua, Giobbe è talmente ripiegato su di sé, sulla propria condizione di giusto sofferente e sull’esperienza del passaggio così repentino dalla situazione di felicità a quella di angoscia che trascina Dio nella propria disperazione. Dio allora è giudicato dalla sua prospettiva con una serie di immagini contrapposte e contrastanti: il Dio amico e buono dei tempi felici contro il Dio nemico e cattivo del presente sciagurato. Dato che gli amici lo colpevolizzavano, Giobbe si è convinto che anche Dio lo colpevolizzasse e allora si è sentito in diritto di farsi giudice di Dio ed ha rimandato alla responsabilità di Dio tutto il male e il negativo che esperimenta. Per questo Giobbe è stato sincero.

Eppure Giobbe non ha il cuore sereno, anzi è spaventato dai fantasmi del Dio che si è costruito. Col residuo delle poche forze che gli restano è ancora alla ricerca di un incontro risolutivo con Dio. Ed è questo il vantaggio di Giobbe sui tre amici e che Dio alla fine mostra di aver gradito: essi erano fermi alla loro rassicurante immagine di Dio, di contro Giobbe non si è mai arreso ad un’unica immagine. Il suo desiderio maggiore era riannodare la relazione con Dio, non difendere delle idee su di lui. Alla fine Giobbe si rende conto che, se vuole incontrare Dio, deve cambiare, deve smettere di parlare, perché possa parlare Dio e mostrarsi per quello che realmente è. E Giobbe tace: «Sono finite le parole di Giobbe» (Gb 31,40).

Ed è qui che Dio può manifestarsi e parlare, adesso che Giobbe è in un atteggiamento di ascolto. Attraverso le parole di Dio, il suo vero volto comincia a delinearsi e a imprimersi nel cuore di Giobbe.

E immediatamente reclama libertà dalle immagini che di lui ci si fa. Il comandamento infranto emerge in tutta la sua forza: tutte le rappresentazioni umane di Dio hanno la pretesa di avvicinare Dio all’uomo, ma in realtà costruiscono una gabbia che imprigiona Dio e l’uomo. Dio fa capire a Giobbe che solo un Dio libero può liberare l’uomo e portare pace al suo cuore. E in un contesto di libertà Giobbe è condotto a considerare la sua situazione di giusto sofferente. Dio fa capire a Giobbe che ci sono cose che devono restare non svelate, ma non perché siano "segrete" ma perché non sarebbero comprese. La natura di Dio non la si può apprendere istantaneamente, è il percorso che facciamo che ce ne fa assaporare una parte ogni giorno di più. Anche se a Giobbe può apparire assurdo e incomprensibile, si tratta di un mistero di amore: infatti, come è misterioso il cuore di Dio così lo è anche il cuore dell’uomo. E Dio rispetta il cuore dell’uomo, anche quando non accoglie il suo amore e progetta e agisce contro la sua volontà. Ogni forzatura di Dio sulla libertà umana avrebbe i caratteri della violenza e della mancanza di amore. Giobbe comprende che deve immettersi nella stessa logica, deve rispettare il cuore e la libertà di Dio. Gradatamente, Giobbe si è reso disponibile alla conversione del proprio cuore con l’abbandono delle proprie rappresentazioni del volto di Dio ed è passato dalla fede superficiale alla fede adulta, dalla fede in un Dio per sentito dire alla visione del vero Dio.



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