Il mal di vivere e l’amicizia

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La solitudine è un’esperienza di pace e di favorevole occasione di crescita umana e spirituale, quando è scelta liberamente e quando nel cuore si vive con gratitudine la relazione con Dio e con gli altri. Ma quando è conseguenza dell’abbandono, dell’indifferenza e del disprezzo, diventa una prova insopportabile.

Particolarmente tragica è la solitudine nel momento della malattia e della sofferenza.

Giobbe ha perso tutto, i beni, i figli e anche la salute. La piaga che lo ha colpito doveva essere qualcosa di forse infettivo. Per questo lacia il villaggio e siede ad una certa distanza in mezzo all’immondezzaio. Oltre la sofferenza morale e il male fisico, ecco l’emarginazione. Giobbe ha davvero perso tutto. Si chiude nel silenzio e vede il suo orizzonte restringersi in maniera irrimediabile. Pensa a sé in piccolo: un coccio per grattarsi diventa una grande soddisfazione. Questa solitudine è interrotta da due eventi, uno negativo l’altro positivo. Ad aggravare la sofferenza di Giobbe, interviene la moglie. Un intervento sorprendente in questo momento. Ci si sarebbe aspettati la sua reazione dopo la prima serie di prove, quando erano morti i sette figli e le tre figlie. Invece, si intromette ora per invitare Giobbe alla ribellione:

«Rimani ancora saldo nella tua integrità? Maledici Dio e muori!» (Gb 2,9).

Di fatto si compie una frattura insanabile fra marito e moglie e Giobbe prende coscienza che deve continuare la sua avventura di sofferenza senza avere accanto la sua compagna di vita. Inaspettatamente, però, accade il miracolo dell’amicizia, che può liberare Giobbe dalla morsa pericolosa della solitudine:

«Tre amici di Giobbe vennero a sapere di tutte le disgrazie che si erano abbattute su di lui ... e si accordarono per andare a condividere il suo dolore e a consolarlo» (Gb 2,11).

Non si esagera mai abbastanza nel sottolineare il significato dell’ultima parte del verso biblico: un vero e proprio manifesto dell’amicizia.

  1. Tre uomini si accordano, e questo è già straordinario.

  2. Poi decidono le loro intenzioni per la visita all’amico: condividere il suo dolore e consolarlo.

Di fronte al sofferente non possono esserci disposizioni migliori.


I tre amici attuano tutto questo sedendosi per terra ad una certa distanza, in segno di rispetto, e forse per evitare contagi. Rimangono in silenzio per sette giorni e sette notti. Nella trama del libro è davvero un’oasi d’amicizia.


Peccato che il pregiudizio e la cultura del tempo li trasformeranno da amici in inquisitori... Ma lo vedremo la prossima volta.


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