Non per convenienza

A chi giova la religione?

La fede di Giobbe messa alla prova tra dubbi e tentazioni

«Viveva nella terra di Uz un uomo… integro, retto… gli erano nati… possedeva… era il più grande fra tutti…». «Dopo tutto questo, … visse ancora centocinquant’anni… poi morì, vecchio e sazio di giorni». «C’era una volta… in un paese lontano…». «E vissero felici e contenti».

Le ultime frasi ci sono familiari e care fin dall’infanzia; ci richiamano le fiabe che ci sono state raccontate e che a nostra volta amiamo raccontare ai nostri bambini, anche nell’era in cui i racconti sembrano perdere il fascino del ritmo della parola umana per assumere la scansione frenetica, spezzettata e criptata della comunicazione imposta dai social network. Le prime frasi, invece, sono l’inizio e la fine di un libro biblico, quello di Giobbe. L’accostamento può apparire inopportuno e irriverente. Eppure, la lettura del libro di Giobbe a mo’ di fiaba ci aiuta nella sua comprensione. È vero, le fiabe sono raccontate per intrattenere, per rasserenare, per far addormentare; il libro di Giobbe assume i toni inquietanti, drammatici e angoscianti dell’argomento che affronta: la sofferenza dell’innocente. Ma anche le fiabe hanno la loro “morale” e in esse appaiono personaggi “cattivi” che attentano alla vita e alla felicità dei “buoni”. Alla fine, però, la sorte è immancabilmente a favore dei buoni; anzi, proprio per aver corso gravi pericoli e per esserne scampati, la felicità finale è gustata con maggiore consapevolezza sia da parte dei protagonisti che del narratore e degli ascoltatori. Avviene la stessa cosa con il libro biblico di Giobbe: all’inizio è felice per ciò che è ed ha; alla fine la felicità è raddoppiata. Ciò che avviene tra l’inizio e la fine fa la differenza della qualità della sua felicità.


Prima, la condizione felice era vissuta come scontata, anzi pretesa come “premio” della sua rettitudine; dopo, è accolta come dono gratuito insperato. Ma cosa è successo tra il prima e il dopo?

Seguendo i canoni della religiosità ufficiale e popolare dell’epoca, l’autore presenta un quadretto esemplare: Giobbe è una persona giusta in tutti i sensi, vive relazioni leali e corrette con se stesso, con gli altri e con Dio: «integro e retto, timorato di Dio e lontano dal male» (Gb 1,1). Che il ritratto morale di Giobbe corrisponda al vero è confermato per due volte da Dio stesso (Gb 1,8; 2,3).

Ad una tale rettitudine non può che corrispondere la benedizione di Dio, che si manifesta concretamente nell’abbondanza della discendenza, dei beni materiali, della salute e della buona fama pubblica.


E puntualmente il racconto enfatizza la generosa benedizione di Dio con la simbologia dei numeri che indicano pienezza: sette, tre, cinque, dieci e i loro multipli.

Dietro le quinte

La situazione idilliaca di Giobbe e della sua famiglia sarebbe potuta durare a lungo, per tutta la vita dei protagonisti, tanto più che la longevità era ritenuta un altro segno tangibile del gradimento divino del comportamento umano. Sarebbe sicuramente stato così, se ad un certo punto non fosse intervenuto un fatto che porta un turbamento decisivo che mette in crisi tutto l’impianto su cui poggiavano le sicurezze di Giobbe. A insaputa del protagonista, la sua vicenda è al centro dell’interesse di un incontro che si svolge non più sulla terra, ma in cielo tra Dio e il satàn.

Purtroppo, quasi tutte le traduzioni in italiano della Bibbia traducono qui il termine ebraico con il nome proprio Satana. E questo è fuorviante. Noi sappiamo che Satana è il nome proprio del diavolo, il nemico per eccellenza dell’uomo e di Dio. Mettere in scena un confronto tra Dio e Satana nell’episodio che muterà la sorte di Giobbe fa scemare di molto la tensione drammatica del brano e indirizza verso una banalizzazione del messaggio dell’intero libro. In realtà, al tempo in cui è stato scritto il libro, non c’era ancora la consapevolezza della presenza personale di un essere nemico dell’uomo e di Dio. Qui il satàn non è un nome proprio, ma il nome di una funzione. Infatti, Dio è presentato circondato da consiglieri, i “figli di Dio”, e tra questi consiglieri il satàn ha il ruolo dell’avversario, di colui che mette la pulce nell’orecchio, dell’“avvocato del diavolo”.

Ed in effetti, mentre Dio si vanta perché sulla terra Giobbe vive di una rettitudine e di una religiosità esemplare, il satàn insinua un dubbio inaspettato, ma decisivo: «Forse che Giobbe teme Dio per nulla? Non sei forse tu che hai messo una siepe intorno a lui e alla sua casa e a tutto quello che è suo? Tu hai benedetto il lavoro delle sue mani e i suoi possedimenti si espandono sulla terra. Ma stendi un poco la mano e tocca quanto ha, e vedrai come ti maledirà apertamente!» (Gb 1,9-11). È la posta in gioco di tutta la vicenda di Giobbe e, in fondo, di ogni relazione tra l’uomo e Dio:

la fede di Giobbe è sincera o interessata? Ama Dio per se stesso o perché gode dei suoi doni e forse teme che se venisse meno all’amore di Dio perderebbe tutto ciò che ha?

Il bello da scoprire

Una lettura parziale e semplicistica del libro di Giobbe fa ritenere che egli superi brillantemente la prova con una fede sincera quando, dopo la perdita di ogni cosa, egli risponderà: «Nudo uscii dal grembo di mia madre, e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore! … Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male?» (Gb 1,21; 2,10). In realtà, il dubbio insinuato dal satàn (e da Dio stesso e dalla stessa coscienza di Giobbe) innescherà un processo di maturazione della fede di Giobbe che lo porterà dalle sicurezze iniziali al dubbio, alla contestazione… fino alla resa nell’incontro personale con Dio. Ma è un percorso che ha tempi e ritmi che non bisogna forzare e tentare di accelerare. Occorre la pazienza di leggere il libro di Giobbe fino in fondo, lasciandosi interpellare, col rischio di sentirsi chiedere:

«Perché credi?».

Potrebbe venire immediata e spontanea la risposta: «Per essere salvato!». In fondo, Gesù stesso ci ha detto di agire non «per essere ammirati dagli uomini», ma in maniera nascosta e sotto lo sguardo del Padre in vista della sua “ricompensa” (cfr. Mt 6). A questo punto sarebbe forse salutare anche per noi un satàn che ci chiedesse: «Cosa pensi che sia il paradiso e la ricompensa del Padre?». Un prolungato contatto con la Parola di Dio ci porterebbe alla sorpresa che la meta della fede non è il dono (il paradiso, la ricompensa), ma il donatore, il Padre stesso. Ce lo ricorda Paolo in 1Ts 4,17: «Per sempre saremo con il Signore». Anche Giobbe si renderà conto che dovrà convertirsi dall’avere all’essere: la sua felicità non dipenderà dal godimento dei doni di Dio, ma dall’essere in relazione con Dio.


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