Quanti perché...

Le nostre domande, anche se senza risposta, ci introducono nel progetto di Dio



Il libro di Giobbe contiene molte domande e poche risposte.

Anzi, a dire il vero, sono i protagonisti principali - Giobbe e Dio - che interrogano molto e rispondono poco. I personaggi comprimari invece (i tre sapienti orientali e il profeta israelita Eliu) danno invece molte risposte e si pongono ben poche domande.

Sembra che sappiano già tutto. Le loro affermazioni sono sicure e mostrano sicurezza nel giudizio verso Giobbe: si è attirato addosso la sorte sciagurata per i suoi peccati. Non resta che una soluzione: si converta e tutto ritornerà alla felicità dei tempi migliori.

Non so se sono il solo, ma questo è l'atteggiamento dei religiosi che sanno sempre tutto. La fede vera nasce con il dubbio, mai con le risposte senza diritto di replica.

Infatti Giobbe, nell’angosciante ricerca di un senso alla propria situazione di giusto sofferente, si rende conto che è vano il confronto con gli amici, sicuri e quasi strafottenti nelle loro soluzioni preconfezionate.

Preferisce rivolgersi direttamente a Dio.

Che lezione: afferrare il significato di ciò che vive diventa più importante dell’essere liberato dalla sofferenza fisica. Così che nei discorsi di Giobbe predomina la domanda: «perché?», una ventina di volte. Non riguardano questioni teoriche, ma quotidiane problematiche esistenziali di un uomo di fede che vuole vivere consapevolmente la relazione con se stesso, con Dio, con gli altri e vuole capire come si intreccia l’agire dell’uomo con quello di Dio.

Le questioni poste da Giobbe appassionano e tengono in sospeso il lettore perché le sue domande sono quelle del cuore delle persone di ogni tempo e di ogni latitudine.

Perciò, l’attesa della risposta di Dio non è solo di Giobbe, ma di ogni lettore del suo libro. Questi «perché» sono talmente coinvolgenti che conviene ascoltarli direttamente dalla sua viva voce. All’inizio delle sciagure, si chiede se la cosa più opportuna e “religiosa” non sia un atteggiamento di rassegnazione: «Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male?» (2,10). Ma ben presto subentra la rabbia e la ribellione: «Perché non sono morto fin dal seno di mia madre e non spirai appena uscito dal grembo? Perché due ginocchia mi hanno accolto, e due mammelle mi allattarono?» (3,11-12). In quanto uomo di fede, egli sa che tutto ciò non è avvenuto per caso, ma per una misteriosa regia di Dio. Eccolo, allora, scagliarsi direttamente contro Dio: «Perché dare la luce a un infelice e la vita a chi ha amarezza nel cuore?» (3,20).


La fede tradizionale in cui era cresciuto lo rassicurava col ricordo della cura amorosa divina nei confronti di ogni essere umano; ora invece avverte come ingombrante questa presenza divina: «Sono io forse il mare oppure un mostro marino, perché tu metta sopra di me una guardia? … Che cosa è l’uomo perché tu lo consideri grande e a lui rivolga la tua attenzione e lo scruti ogni mattina e ad ogni istante lo metta alla prova? Fino a quando da me non toglierai lo sguardo e non mi lascerai inghiottire la saliva?» (7,12.17-19). Di fronte agli amici che lo colpevolizzavano, Giobbe protestava la propria innocenza.

Ma, a forza di insistere, il senso di colpa è penetrato nel suo cuore ed ora ha la sensazione che Dio gliene chieda conto come giudice spietato:

«Se ho peccato, che cosa ho fatto a te, o custode dell’uomo? Perché mi hai preso a bersaglio e sono diventato un peso per me? Perché non cancelli il mio peccato e non dimentichi la mia colpa?» (7,20-21).

Il senso di colpa è diventato talmente ossessivo che egli non nutre più nessuna speranza di assoluzione: «Se sono colpevole, perché affaticarmi invano?» (9,29). «Sono forse i tuoi giorni come quelli di un uomo, i tuoi anni come quelli di un mortale, perché tu debba scrutare la mia colpa ed esaminare il mio peccato, pur sapendo che io non sono colpevole e che nessuno mi può liberare dalla tua mano?» (10,5-7).

In gioventù aveva sperimentato l’amicizia di Dio e nel bisogno aveva ricevuto il suo aiuto, ma ora che vive drammaticamente il senso della propria impotenza anche Dio gli si è rivoltato contro:

«Perché mi nascondi la tua faccia e mi consideri come un nemico? Vuoi spaventare una foglia dispersa dal vento e dare la caccia a una paglia secca?» (13,24-25).

Giobbe, tuttavia, non è ripiegato su se stesso. Si guarda attorno e vede che l’ingiustizia non riguarda solo il suo caso, ma regna sovrana ovunque: «Perché i malvagi continuano a vivere, e invecchiando diventano più forti e più ricchi?» (21,7).


Ed è a questo punto che Giobbe non sa più cosa dire e rimane in attesa che Dio risponda. E la sua attesa non è vana:


«Il Signore rispose a Giobbe nel mezzo della tempesta» (38,1).


Finalmente i suoi e i nostri «perché» riceveranno una risposta e il mistero sarà svelato. Invece, subentra una cocente delusione: il Signore non risponde, fa domande. Lui!

Le sue domande colpiscono Giobbe come una violenta cascata e apparentemente sembrano non avere nulla a che fare con le problematiche poste da Giobbe. A ben leggere le sue parole, invece, appare che Dio ha preso molto sul serio l’amico umano e ha compreso perfettamente ciò che angoscia il suo cuore.

Per Dio sono tre le questioni .


  1. Anzitutto, con tutti i suoi «perché» Giobbe non ha tenuto conto che in Dio, nella causa primaria di ogni cosa, nell'Essere che è fondamento di tutto non c'è il caso, ma un fluire di un progetto, per questo l'autore fa dire a Dio: «Chi è mai costui che oscura il mio piano?» (38,2).

  2. Poi, Giobbe è preso per mano e condotto a visitare le origini e i confini estremi di ogni realtà creata. Dio lo incalza: «Tu c’eri, quando io…? Sai…? Conosci…?». Il Signore intende far comprendere a Giobbe che egli si prende cura delle vicende umane ben più di quello che appare. La sapienza di Dio che si mostra nel creato è segno tangibile della sua presenza. Se Dio è in ogni cosa e muove ogni cosa, Egli lo fa con l'umanità fatta a sua immagine.

  3. Infine, Dio svela l’assurdità della pretesa di suggerirgli di eliminare gli empi perché ci sia giustizia nella convivenza umana. Se lo facesse, non apparirebbe giudice giusto e amico dell’uomo, ma il suo nemico più terribile: a forza di eliminare i peccatori, non rimarrebbe più nessuno, perché ogni uomo è peccatore.

Giobbe può ora solo replicare:

«Ecco, non conto niente: che cosa ti posso rispondere?» (40,4).

Ma non è una conclusione rassegnata. È la consapevolezza di essere stato condotto a intravedere il mistero dell’agire di Dio.

Giobbe ha “costretto” Dio a rivelarglielo partendo dalle domande vere dell’essere umano che vive consapevolmente la propria condizione. Il libro di Giobbe ci insegna una volta di più che spesso le domande vere sono molto più importanti delle risposte esatte.

Ma la storia non termina neppure qui... infatti la sensazione di Giobbe di non contare nulla è solo una tappa per comprendere che lui come tutto conta infinitamente.


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