Risposte di fede nell’esperienza umana


Ben presto i tre amici nella narrazione si trasformeranno in accusatori di Giobbe. Mentre protesta la propria innocenza di fronte a loro e di fronte a Dio, gli amici non fanno altro che colpevolizzarlo.

Se è in quelle condizioni, è per colpa dei suoi peccati, se si converte a Dio forse cambierà la sua sorte. I tre si fanno difensori di Dio, ribadendo con forza la convinzione di fede tradizionale che Dio punisce immancabilmente i colpevoli, non gli innocenti, anzi premia costoro con la sua benedizione.

Ma Giobbe rifiuta decisamente questa loro conclusione. Pensa, invece, che l’agire di Dio sia misterioso e ci sia spazio per la ricerca di spiegazioni differenti, anche se il percorso di questa ricerca può implicare dubbi, contestazioni, ribellioni. È convinto che le risposte della fede non possano essere al di là dell’esperienza umana.


Se la tradizione religiosa ha racchiuso le verità di fede in formule che non corrispondono al vissuto umano, quelle formule devono essere riviste.

Giobbe non è d’accordo con l’atteggiamento assunto dagli amici: abbandonare lui per farsi difensori di Dio. Giobbe fa capire che è convinto di una verità che spesso chi vive la vita religiosa dimentica e che invece dovrebbe essere principio irrinunciabile:

«a chi è sfinito dal dolore è dovuto l’affetto degli amici, anche se ha abbandonato il timore di Dio» (Gb 6,14).

Dio sa difendersi da solo, da qualsiasi attacco. È l’uomo che ha bisogno di amicizia, di comprensione e di vicinanza. Il suo grido di protesta spesso non è altro che una richiesta di amore, che lo faccia uscire dalla solitudine in cui la sofferenza lo sta spingendo. Seduto nell’immondezzaio fuori del villaggio, Giobbe si sente abbandonato anche da parenti, servi, conoscenti: «I miei fratelli si sono allontanati da me, persino i miei familiari mi sono diventati estranei. Sono scomparsi vicini e conoscenti, mi hanno dimenticato gli ospiti di casa; da estraneo mi trattano le mie ancelle, sono un forestiero ai loro occhi (Gb 19,13-15). Subisce questa sorte proprio lui che aveva fatto della generosità il suo stile di vita: «Soccorrevo il povero che chiedeva aiuto e l’orfano che ne era privo. La benedizione del disperato scendeva su di me e al cuore della vedova infondevo la gioia. Ero rivestito di giustizia come di un abito, come mantello e turbante era la mia equità. Io ero gli occhi per il cieco, ero i piedi per lo zoppo. Padre io ero per i poveri ed esaminavo la causa dello sconosciuto (Gb 29,12-16). Ma Giobbe non soccombe neanche di fronte a questa evidente ingiustizia.


Quando infine Giobbe, nel racconto, viene ristabilito in salute, in discendenza e in beni, ecco cosa accade: «tutti i suoi fratelli, le sue sorelle e i suoi conoscenti di prima vennero a trovarlo; banchettarono con lui in casa sua, condivisero il suo dolore e lo consolarono di tutto il male che il Signore aveva mandato su di lui, e ognuno gli regalò una somma di denaro e un anello d’oro» (Gb 42,11). Noi tutti sappiamo cosa significhi vedere le persone a noi care sparire nel momento di bisogno e riapparire per salire sul carro del vincitore solo a battaglia conclusa!


Il desiderio più grande di Giobbe, il desiderio più grande dell'uomo

Tutta questa solitudine, se provoca in Giobbe la stanchezza di vivere («Io sono stanco della mia vita!», Gb 10,1), mai gli fa prendere in considerazione l’idea del suicidio. Anzi, la morte è avvertita come ostacolo insormontabile al desiderio più grande: l’incontro con Dio per poter dimostrare la propria innocenza e non sentirsi più colpevolizzato. Giobbe è alla ricerca di qualcuno – un arbitro, un testimone, un difensore – che faciliti la sua riabilitazione agli occhi di Dio. È la speranza che lo tiene in vita. E alla fine comprende che solo Dio può assolvere quel compito. Il Dio che lui aveva creduto suo aguzzino e suo nemico è in realtà colui che lo libera dal suo mal di vivere.

Nell’incontro con Dio e nella relazione di amicizia riannodata Giobbe riconosce di essere stato liberato dalla sua solitudine esistenziale: «Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno visto» (Gb 42,5).


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